ILBRENTA

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IL PERIODICO DELLA LIBERA INFORMAZIONE


Quando la passione incontra la poesia: il racconto della serata con Giuliano Calore e l'associazione "I Fiumi di Jane"

​Ci sono serate in cui il tempo sembra dilatarsi, capaci di unire mondi che a prima vista viaggiano su binari paralleli: l'adrenalina dell'impresa da record e la delicatezza della parola scritta. È esattamente ciò che è accaduto la sera del 4 luglio, durante l'incontro organizzato dall'associazione I Fiumi di Jane, un appuntamento denso di emozioni, riflessioni e arte a tutto tondo.


​Il manifesto della serata: le parole di Paolo Russo

​Ad aprire l'incontro è stato il presidente dell'associazione, Paolo Russo, che ha introdotto il tema centrale della serata con un intervento profondo sul legame viscerale tra passione e poesia:

​"Spesso ci chiediamo cosa unisca due mondi apparentemente distanti: la passione — che è istinto, che è battito accelerato, che è urgenza di vita — e la poesia, che appare invece come un esercizio di riflessione, di cura della parola, di rallentamento. Eppure, credo che la poesia non sia altro che la passione che ha trovato il coraggio di guardarsi allo specchio."

​Russo ha poi continuato citando Walt Whitman, ricordando che la passione è il contenuto pulsante della vita, mentre la poesia è la luce che lo rivela, invitando tutti i presenti a non avere paura di farsi travolgere dalle proprie visioni del mondo, per fare della propria vita un verso indimenticabile.


​L'omaggio al recordman: Giuliano Calore

​Il testimone è poi passato alla poesia viva. Il poeta Michele Ponchia ha dedicato un componimento personalizzato a un ospite d'eccezione: il recordman ciclistico Giuliano Calore, simbolo vivente di cosa significhi spingere la passione oltre ogni limite fisico e mentale.


​Prendendo il microfono, Calore – visibilmente stanco ma indomito – ha incantato la platea spiegando il segreto per mantenere sempre acceso quel fuoco interiore che guida le grandi imprese, nonostante il passare degli anni e le fatiche. Tra gli applausi calorosi del pubblico, il ciclista ha incarnato perfettamente quel "fuoco che trova una forma" di cui si era parlato in apertura.


Dibattito, musica e l'intreccio delle voci poetiche

​La serata è poi entrata nel vivo di un ampio e partecipato dibattito, arricchito dagli interventi di Mariya Terzieva e dalle incursioni del maestro musicista Enrico Corbi, capaci di creare un ponte tra parole, note e riflessioni.

​Subito dopo, lo spazio è tornato alla lirica con i versi di Michele Collareda e l'intensa lettura di Paola Giraldo, che ha dato voce alle parole di Annamaria Olmo, arricchendo ulteriormente il mosaico espressivo della serata.

​Questi momenti hanno fatto da preludio a un vero e proprio viaggio poetico: una maratona di oltre quaranta poesie, tratte sia dal testo Ombre verso l'aurora di Paolo Russo, sia dalla ricca produzione di Michele Ponchia.

​A coronare questo flusso di parole e suggestioni è stata la performance di teatro-danza di Anita Russo, che ha saputo dare corpo, ritmo e movimento alla fluidità dei versi letti sul palco, trasformando la stanza in uno spazio scenico totale.

​Una serata che ha dimostrato, nei fatti, come l'arte e l'azione non siano altro che due facce della stessa medaglia: quella vita intensa, cantata e vissuta, che l'associazione "I Fiumi di Jane" continua a promuovere con coraggio.


ILBRENTA: Dove il Flusso della Vita Incontra il Pensiero

C'è un punto, lungo le anse del Brenta, dove l'acqua non scorre solo verso il mare, ma sembra fermarsi a riflettere. È lì che nasce ILBRENTA, un nuovo spazio di analisi e narrazione dedicato a chi non si accontenta della superficie, a chi cerca di comprendere le trame invisibili che tengono insieme la nostra società.


L'Equilibrio tra Apollo e Dioniso

Come il fiume che scorre tra le nostre terre, la vita è un costante dialogo tra opposti. Da una parte, lo spirito apollineo: l'ordine, la misura, la chiarezza della letteratura e la precisione analitica della psicologia. Dall'altra, la forza dionisiaca: l'energia pura dell'arte, il fermento creativo, il caos vitale che pulsa in ogni manifestazione sociale.

ILBRENTA nasce per abitare questo confine. Non siamo un semplice periodico, ma un osservatorio critico che intreccia prospettive diverse per decodificare il presente.


Cosa troverete tra le nostre pagine

Il nostro sguardo si posa sulla società contemporanea attraverso tre lenti privilegiate:

  • Le Arti come Specchio: Esploreremo come la creatività, in ogni sua forma, rifletta le tensioni e le speranze della nostra comunità.

  • La Psicologia come Bussola: Analizzeremo i cambiamenti del sentire collettivo, provando a dare un nome alle inquietudini e alle trasformazioni che ci toccano da vicino.

  • La Letteratura come Mappa: Utilizzeremo le pagine dei grandi autori, passati e presenti, per tracciare rotte di senso nel mare spesso turbolento dell'attualità.

La nostra rotta

ILBRENTA è un progetto che affonda le radici nel territorio per aprirsi a orizzonti universali. Crediamo che la cultura non sia un esercizio accademico, ma un atto di responsabilità civile. Analizzare la società attraverso la bellezza delle arti e la profondità del pensiero critico significa, in ultima istanza, provare a costruire una consapevolezza nuova.

Il fiume scorre, le idee corrono. Siamo pronti a navigare con voi.


Mirano "Io mi fido di te, e tu?" Abbracci Gratis 2018

Un evento  organizzato dal gruppo con-tatto su facebook con ritrovo nella bella cittadina veneziana Mirano. Molta l'affluenza in un clima di gioia e festa. "Non costa nulla essere una persona migliore" così recitava un manifesto tenuto in mano da un organizzatore della manifestazione, abbracci, sorrisi dicevano il resto. Una boccata di umanità che ha molto da insegnare soprattutto un'opportunità sociale per stare insieme nel nome del calore e dell'accoglienza.

Giovanni Terlizzi


Spettacolo sui monti Ghati, nel Sud dell'India.

Il fiore Kurinji

Il fiore Kurinji cresce soprattutto alle pendici dove c'è poca flora e in assenza di alberi. Si tratta di un fiore con gambo alto, che può raggiungere i 30-60 centimetri, e quando fiorisce l'intero cespuglio viene ricoperto di fiori blu brillante.  E' un minuto fiore di montagna a forma di campana blu brillante, con la caratteristica unica che fiorisce una volta in 12 anni! Il fiore che ha circa 40 varietà principali colorisce nelle diverse tonalità dell'azzurro, e da questo prende il nome "Neela", nella lingua locale, significa azzurro e Kurinji è il nome locale per "fiore". Come detto esistono diverse varietà e alcune hanno un ciclo di fioritura inferiore fino a 7-4 anni, ma i più famosi arrivano a 12 anni.

Giovanni Terlizzi

La guerra distrugge. L'arte ricorda

Macerie, nulla di più o di meno, ecco cosa resta di ogni guerra comandata da sovrani, eletti dal popolo o a dirla tutta, dal popolo che guarda la tv ed è pensato dai mass media.

Chi muore nel frattempo è la povera gente e quando parlo di povera gente intendo anche i militari che spesso hanno trovato nel combattere l'unica via per guadagnarsi da vivere, la loro vita a meno di 2000 euro al mese in cambio della possibilità di farsi una famiglia o di poter vedere concesso un prestito in banca poi se non tornano a casa poco importa perlomeno ci sarà una bandiera sopra la loro bara come compenso a quelle carezze o rassicurazioni che alle mogli e ai loro figli mancheranno per sempre.

Della gente che ha la sola colpa di essere nata nel posto sbagliato, martoriato dalla foga di squilibrati che giocano a risiko sulle loro teste, di questa gente non so che dire se non rimanere a sentire, in ascolto di  un suono di violino, uno scenario di tragedia. D'altronde noi umani siamo anche questo.

A.L.

LA CURA PSICOSOMATICA

Quando il corpo prende la parola

Ci sono parole che pronunciamo e parole che tratteniamo.
Poi c'è il corpo.

Il corpo non conosce retorica. Arrossisce, trema, accelera, si irrigidisce, perde il sonno. A volte sembra custodire ciò che la coscienza non è ancora riuscita a comprendere.

È da questa antica intuizione che nasce una delle domande più affascinanti della psicosomatica: quanto della nostra storia passa attraverso il corpo?

Per secoli abbiamo imparato a pensare mente e corpo come territori distinti. Da una parte i pensieri, le emozioni, i ricordi; dall'altra gli organi, i muscoli, il sangue, il sistema nervoso.

Eppure basta avere paura per scoprire quanto quella separazione sia fragile.

Il cuore accelera.

Il respiro cambia.

Lo stomaco si contrae.

Il corpo sa già che abbiamo paura, talvolta prima ancora che siamo riusciti a darle un nome.

Un corpo che sente

La medicina contemporanea ci ha insegnato a conoscere il corpo con una precisione straordinaria. Possiamo osservarlo, misurarlo, attraversarlo attraverso immagini e analisi sempre più sofisticate.

Ma l'essere umano non è soltanto un organismo da misurare.

È anche un organismo che vive.

Vive relazioni, perdite, desideri, separazioni, attese, conflitti. Conosce la paura e l'innamoramento, il lutto e l'euforia, la solitudine e l'appartenenza.

E tutto questo accade anche nel corpo.

Non perché ogni malattia abbia una causa psicologica e neppure perché dietro ogni dolore debba necessariamente nascondersi un trauma.

La questione è più sottile.

Significa riconoscere che biologia, esperienza emotiva, relazioni e ambiente non abitano universi separati.

Abitano la stessa persona.

Il grande equivoco della psicosomatica

Per molto tempo una certa cultura popolare della psicosomatica ci ha abituati a una sorta di dizionario simbolico del corpo.

La testa sarebbe il pensiero.

Lo stomaco ciò che non riusciamo a digerire.

La gola le parole che non abbiamo pronunciato.

La schiena il peso che portiamo.

Sono metafore potenti. E proprio per questo possono affascinarci.

Ma una metafora non è una diagnosi.

Non esiste un vocabolario universale attraverso il quale tradurre automaticamente un organo in un conflitto.

Due persone possono soffrire dello stesso sintomo e raccontare due storie completamente diverse.

La vera domanda psicosomatica non dovrebbe quindi essere:

"Che cosa significa questo sintomo?"

ma:

"Che cosa sta accadendo a questa persona?"

È una differenza apparentemente piccola.

In realtà cambia tutto.

Quando gli esami non raccontano tutto

Esiste un principio che non dovrebbe mai essere dimenticato: un sintomo fisico nuovo, persistente o significativo richiede una valutazione medica appropriata.

Dire troppo rapidamente "è stress" rischia di essere un'altra maniera di non ascoltare.

La psicosomatica autentica non sottrae il corpo alla medicina.

Aggiunge la persona al corpo.

Esistono però situazioni nelle quali una persona continua a soffrire nonostante gli accertamenti non riescano a spiegare completamente ciò che sta vivendo.

È allora che può comparire una domanda inquietante:

"Se non hanno trovato nulla, perché sto male?"

Forse è proprio questa domanda a mostrarci il limite della contrapposizione tra organico e psicologico.

Perché il dolore rimane dolore.

La tachicardia rimane tachicardia.

La tensione muscolare rimane tensione.

Non diventano immaginari soltanto perché emozioni, stress o condizioni psicologiche possono partecipare alla loro esperienza.

L'essere umano non inventa il proprio corpo.

Lo abita.

L'ansia e l'antica paura

Poche esperienze mostrano l'unità tra mente e corpo quanto l'ansia.

L'uomo contemporaneo possiede lo stesso antico sistema di allarme che permetteva ai suoi antenati di reagire davanti a un pericolo.

Il problema è che oggi il predatore non possiede necessariamente denti e artigli.

Può essere un giudizio.

Una perdita.

Una relazione.

Un futuro incerto.

Una responsabilità che sentiamo troppo grande.

Persino qualcosa che non è ancora accaduto.

Il corpo può prepararsi a combattere contro un pericolo che esiste soltanto nella nostra anticipazione del domani.

Ed ecco uno dei paradossi dell'essere umano: possiamo soffrire oggi per qualcosa che temiamo possa accadere domani.

La memoria non vive soltanto nei ricordi

La nostra storia non è costituita soltanto da ciò che ricordiamo consapevolmente.

È fatta anche di abitudini, reazioni, modi di entrare in relazione, strategie attraverso le quali abbiamo imparato a proteggerci.

Il corpo partecipa a questa storia.

Non come un archivio misterioso nel quale ogni trauma venga depositato in un organo, ma come parte dell'esperienza attraverso la quale impariamo a stare nel mondo.

Per questo comprendere una persona significa talvolta chiedersi non soltanto dove fa male, ma quando ha cominciato a fare male, che cosa stava accadendo, come vive, come dorme, quali relazioni attraversa, quali paure porta con sé.

Il sintomo entra così nella biografia.

Senza cessare di appartenere alla medicina.

Il corpo non è il nemico

Quando qualcosa ci fa soffrire, desideriamo eliminarlo.

È naturale.

Eppure può accadere che la lotta contro il sintomo trasformi progressivamente il corpo in un territorio da sorvegliare.

Controlliamo il battito.

Controlliamo il respiro.

Aspettiamo il dolore.

Temiamo che ritorni.

Il corpo che dovrebbe essere la nostra casa diventa qualcosa dal quale difendersi.

Forse una parte della cura consiste anche nel ricostruire questa alleanza.

Non significa rassegnarsi alla sofferenza.

Significa poter tornare ad abitare il proprio corpo senza considerarlo continuamente un avversario.

Curare o prendersi cura?

Le due parole sembrano quasi identiche.

Eppure raccontano due idee differenti.

Possiamo curare una patologia.

Ma ci prendiamo cura di una persona.

Ed è forse qui che medicina e psicologia possono incontrarsi senza contendersi il territorio.

Il medico può avere bisogno dello psicologo.

Lo psicologo ha bisogno di non dimenticare la medicina.

Entrambi hanno bisogno di ricordare che davanti a loro non esiste soltanto un sintomo.

Esiste qualcuno.

Una persona con una biologia e una biografia.

Con un corpo e una storia.

Con vulnerabilità e risorse.

La persona intera

Forse il contributo più importante della psicosomatica non consiste nell'averci insegnato che alcune malattie possono essere influenzate da fattori psicologici.

È qualcosa di più radicale.

Ci ricorda che non possiamo dividere l'essere umano senza perdere qualcosa dell'essere umano stesso.

Il corpo non è semplicemente il contenitore della mente.

E la mente non è un fantasma che osserva il corpo dall'esterno.

Siamo quella paura che accelera il cuore.

Quel ricordo che cambia il respiro.

Quella gioia che modifica il volto.

Quella stanchezza che arriva quando abbiamo sostenuto troppo a lungo qualcosa che ci chiedeva più di quanto pensassimo.

Non tutto ciò che accade al corpo possiede un significato nascosto.

Non ogni dolore racconta una storia.

Ma ogni dolore accade dentro una storia.

Ed è forse questa la domanda più umana che la psicosomatica può lasciare alla medicina e alla psicologia:

non soltanto "che cosa ha questa persona?"

ma anche

"che cosa sta vivendo questa persona?"

Perché qualche volta la cura comincia proprio lì: nel momento in cui smettiamo di dividere l'uomo nelle sue parti e torniamo finalmente a guardarlo intero.

M.C.

IL BRUXISMO

Il bruxismo è un disturbo che consiste nella tendenza al digrignamento dei denti, ovvero allo sfregamento involontario delle arcate superiori e inferiori durante il sonno. Il sintomo si manifesta prevalentemente la notte, con episodi ripetuti e un'acutizzazione nella fase del sonno REM, ma può verificarsi anche durante il giorno, in stato di veglia. Il bruxista non si accorge di avere questo disturbo e solitamente ne viene a conoscenza quando si presentano sintomi fastidiosi che, dopo accurata indagine clinica, il medico riconduce a questa patologia.
I disagi più evidenti vi verificano a carico dei denti; usura e deterioramento dell'arcata dentaria (in particolare di molari e premolari), infiammazioni gengivali, perdita di otturazioni e capsule, sensibilità al caldo e al freddo, malocclusione della mascella, difficoltà nello sbadigliare e nell'aprire al massimo la bocca, affaticamento della muscolatura masticatoria. Si possono presentare anche altri sintomi che, pur sembrando diversi tra di loro, convergono sullo stesso disturbo: sonno non ristoratore, dolori ai muscoli del collo, delle spalle e della cervicale, mal di testa, vertigini, fitte alle tempie, tensione alla nuca, alitosi, cattiva digestione.
A livello organico sono state individuate delle cause che possono scatenare il disturbo come cattiva occlusione dentale, malattie neurologiche, effetti secondari di alcuni farmaci. Tuttavia, come per le cefalee e le emicranie, è stata riconosciuta al bruxismo una chiara origine psicosomatica legata alla correlazione tra tensione emotiva e digrignamento dei denti. Il bruxismo svela il suo significato già nella manifestazione sintomatica; chi soffre di questo disturbo "affronta la vita a denti stretti" perciò tenta di scaricare con il digrignamento l'aggressività accumulata durante il giorno, che non trova spazio nella vita cosciente.

Ciò che colpisce è che il bruxista decide di scegliere il momento del sonno, ovvero una fase non pericolosa, per esprimere rabbia e tensioni represse. Questo avviene perché durante il giorno il soggetto ha paura di esprimersi e l'aggressività viene filtrata da meccanismi di difesa che proteggono da timori e insicurezze. La rabbia che vorrebbe sfogare all'esterno viene rivolta verso se stesso attraverso il sintomo. Chi digrigna i denti la notte spesso cerca di elaborare eventi negativi vissuti oppure rimugina continuamente. La rabbia viene repressa per il timore di esagerare o per forti sensi di colpa. Nel bruxismo possono coesistere digrignamento e serramento delle mandibole oppure i due sintomi possono presentarsi separatamente. Quando il soggetto serra la mandibola è spesso soggetto a situazioni ansiogene o a "prove di forza" alle quali non può cedere.
Ciò che il bruxista teme di più è la condanna sociale alla quale andrebbe incontro se provasse ad esprimere le contrarietà da tempo trattenute; oppure, in altri casi, il sintomo simboleggia quelle situazioni nelle quali il soggetto vorrebbe reagire ma non può farlo, ad esempio in ambito professionale.
Solitamente chi soffre di bruxismo riesce a sfogarsi e ad esprimere la rabbia con persone delle quali si fida e non teme il giudizio.
A livello psichico, molti bruxisti hanno una parziale e molto complessa dipendenza dalle figure genitoriali che tendono a spostare su altri soggetti relazionali, ad esempio il partner.
L'oralità tipica di questo disturbo è legata al rapporto con i genitori dai quali il soggetto non si è mai sentito amato pienamente. Da questa dinamica affettiva deriva anche la difficoltà ad esprimere e ad affermare se stessi.

M.C.

Sull'antidepressivo

Non posso dire sull'eroina. Andrea l'amava e la ama ancora adesso, anche se si è disintossicato fisicamente. Quando ne parla, infatti, gli si illuminano gli occhi. La droga toglie il male, leva la fame, lenisce il dolore, non fa sentire né il caldo né il freddo... più semplicemente, non fa sentire. La droga annulla. La droga spegne. Andrea mi ha parlato molto dei magici poteri del brown sugar, mi ha parlato molto delle reazioni del fisico all'astinenza, ma non ho mai sentito una parola sulle cose perdute e poi riscoperte dopo la disintossicazione. Mai!

Io posso dire sull'antidepressivo: è come l'eroina, spegne tutto. Per quello stai bene.. Ohh!!! Se stai bene!!!! Non senti, non vedi, non piangi. L'antidepressivo uccide il bambino che è dentro di noi, levandoci la magìa e la curiosità sul mondo. Vediamo e sentiamo ma sono un vedere ed un sentire parziali, razionali, puramente limitati ai sensi. E' come se annullasse quel sacro legame tra organi di senso ed emozioni. Tutto il nostro essere è qui e ora, non è più collegato al passato. La sostanza è come l'anello per Gollum, il quale affermava di aver dimenticato il sapore del pane, il rumore degli alberi, la delicatezza del vento, il proprio nome. Così gli odori non ci evocano più che siamo stati bambini, al gusto non è più permesso di ricordarci le nostre prime torte o le ciliegie rubate sugli alberi, e le nostre tanto amate canzoni si trasformano in piacevoli rumori, accompagnati da parole senza molto significato.


Non proviamo emozioni, non c'è più empatìa, siamo solo dei corpi, delle menti inerti che vanno avanti per inerzia, senza spinta e, quindi, destinati a fermarci. La cosa incredibile è che facciamo fatica ad accorgercene di tutto ciò. Siamo sollevati dalle preoccupazioni, quasi nulla tocca il nostro inconscio. L'antidepressivo nasconde molto bene i nostri mostri e, se decidiamo di non voler più beneficiare di questo privilegio, dobbiamo sapere che la sospensione di tale sostanza non può avvenire bruscamente da un giorno all'altro, ma deve essere dolce, lenta, un poco per volta, un giorno dopo l'altro. Dobbiamo riabituarci al nostro essere autentico, al nostro sentire il mondo e noi stessi, soprattutto. L'antidepressivo tolto senza accortezza da un giorno all'altro causa la sindrome da sospensione, un trauma tremendo che resterà nella memoria di chi lo prova: è come sopravvivere ad un naufragio. I nostri mostri riemergono con violenza e noi non siamo pronti, così il nostro livello di allerta aumenta, aumenta, aumenta fino a mutilarci nel corpo e nella mente. Invalidanti i dolori muscolari, invalidante l'aggressività, la confusione, la rabbia. Siamo immersi in una bolla che distorce. Chi non ha assunto di persona queste sostanze non dovrebbe essere libero di prescriverle ad altri.

Al contrario, se la sospensione è misurata, accorta, graduale, il risveglio è dolce e meraviglioso, ce ne accorgiamo quando i nostri occhi riescono a far uscire qualche lacrima per qualcosa che abbiamo visto o sentito o, addirittura, per qualche ricordo che, timido, riaffiora in superficie come una rana riemerge dal fango dopo un letargo durato molti, troppi mesi.

A. F.

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